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Una bimba, il kenya e gli elefanti di Grassi Elena
Non mi ero mai resa conto di quanto potesse essere difficile parlare di un viaggio, fino ad ora che addirittura devo farlo mettendolo nero su bianco. Soprattutto è difficile scegliere di quale raccontare, quando ognuno di loro ha lasciato ricordi indelebili, sensazioni ed emozioni quasi indescrivibili. Per superare questa difficoltà, ho deciso di raccontare, a modo mio, del viaggio che credo abbia acceso in me la passione di vedere il mondo (o almeno parte di esso!). Devo tornare indietro con la memoria almeno a 12 anni fa, quando una coppia di amici dei miei mi invitò a trascorrere le vacanze di Natale e capodanno in Kenya, dove risiedevano per motivi di lavoro. Omettendo i particolari di un tragitto in aereo elettrizzante (perché il primo), ricordo che la prima cosa che mi colpì, una volta atterrata a Nairobi, fu l'ondata di calore che mi avvolse fino quasi a farmi mancare il fiato. Ero partita, infatti, da un'Italia gelida per ritrovarmi immersa in un caldo che sembrava surreale. Tutto, in quei giorni, mi è sembrato surreale e distante, distante da ciò che avevo immaginato, distante dalla mia realtà quotidiana. Non entrerò nei particolari dei luoghi visitati, vorrei limitarmi a far riaffiorare e trascrivere le emozioni provate, le riflessioni fatte al momento. I miei ospiti abitavano appena fuori Nairobi, in una stupenda villa circondata da un curatissimo giardino con al centro un'invitante piscina. Ma non fu questo a catturare la mia attenzione, bensì le alte mura che proteggevano tutto il perimetro della proprietà e gli uomini armati, di guardia alla casa, che di notte camminavano davanti alla mia finestra. Nessuno mi aveva avvertita e quando, il giorno dopo, domandai spiegazioni mi stupii scoprendo che la cosa era assolutamente normale: tutte le ville della zona avevano, oltre ai classici allarmi, uomini armati di mitra che "ronzavano" intorno alle case per proteggerle da eventuali maleintenzionati! Il Paradiso del primo impatto era già un po' meno paradisiaco e lo diventò ancor meno quando notai che, appena fuori la zona residenziale, dove stavamo noi, le uniche abitazioni, che riuscivo ad intravedere dalla macchina, erano squallide baracche di lamiere. Baracche come non ne avevo mai viste. Mi ricordo l'odore che mi investì passando accanto ad uno di quei villaggi; ricordo i bambini nudi che giocavano nella sporcizia; ricordo gli sguardi di quelle persone quando passammo lì accanto con la macchina. Non domandai nulla, forse per paura, so solo che rimasi scioccata...credo che questo sia l'aggettivo più adatto. Dopo alcuni giorni salimmo su di un minuscolo aereo per atterrare, dopo poco, nella zona del Masai Mara( il safari è una tappa quasi obbligatoria quando si visita il Kenya). Dei tre giorni passati lì ricordo tante cose eccitanti ed insolite. La mia "camera d'albergo" era una tenda, non c'erano costruzioni, anche il ristorante era ...da campo! I cuochi cucinavano la carne alla brace davanti a me, sul momento e i tavoli erano allestiti in uno spiazzo ombroso, all'aperto, nella savana. Durante un pranzo un elefante "entrò" nel ristorante e caricò contro i commensali. Ricordo il fuggi, fuggi generale tra i tavoli travolti dall'enorme pachiderma ed il mio incosciente divertimento, simile a quello provato, la notte precedente, quando mi svegliai a causa di un ippopotamo che sgranocchiava le mie scarpe lasciate fuori dalla tenda. Se chiudo gli occhi ricordo il cielo di quelle notti. Non avevo mai visto un cielo così stellato! L'oscurità totale della zona faceva sembrare le stelle a portata di mano, il cielo mi sembrava così vicino e così...infinito! Di fronte a quello spettacolo mi sono sentita minuscola ed insignificante. Non ho più visto un cielo come quello. Il safari, che si faceva durante il giorno, fu molto divertente anche se gli animali feroci, che mi ero aspettata di vedere, di feroce avevano ben poco, tanto erano abituati alla presenza delle jeep cariche di turisti chiassosi. Fu questo un altro spunto di riflessione per me: il cielo, che osservavo la notte, aveva il potere di farmi sentire molto più indifesa di un gruppo di enormi leoni spaparanzati all'ombra, quasi messi in posa, pronti a farsi fotografare. Per il capodanno andammo al mare, a Mombasa. Era difficile ricordarmi che fosse capodanno, mi sembrava di essere entrata in una cartolina, fuori dal tempo, e i festeggiamenti, che ero solita vivere con ben altre temperature, lì avevano un significato diverso, quasi fasullo. A parte queste sensazioni, prettamente intime, nulla turbò il mio relax, anche perché sembrava di essere su un'isola felice, tutto era perfetto e la realtà "altra" era ben nascosta agli occhi di noi turisti. Gli ultimi giorni, prima del mio rientro in Italia, li trascorsi a Nairobi. Non ricordo molto della città se non una gran folla disordinata per le strade, la sporcizia, gli odori. I luoghi dove trascorrevamo il nostro tempo, esclusivamente frequentati da italiani o europei in generale, erano provvisti di ogni comfort. Si trattava di realtà artefatte, ovattate ed isolate: delle piccole "Italie" in un Paese straniero che non era ammesso a farvi parte. Avrei potuto parlare di altri viaggi, è vero, facendo forse riflessioni più profonde o descrizioni più dettagliate, ma ho preferito raccontare proprio del primo viaggio e delle riflessioni, se pur superficiali, che ha fatto nascere in una ragazzina di 13 anni.
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