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Un viaggio della memoria a Buchenwald di Enzo Nocifora
Se vi capita di andare a Weimar, la città di Ghoete, vi accorgerete dopo qualche giorno di visite ai luoghi della grande tradizione romantica tedesca di essere a due passi dal campo di sterminio di Buchenwald. La visita è facile perché si trova a pochi chilometri dalla città, lungo una strada alberata che parte dal centro storico. Appena usciti da Weimar la strada comincia a salire su dolci colline alberate ed a poco a poco ci si ritrova in un bosco vero e proprio, ma in un bosco tedesco, cogli alberi diritti e frondosi e il sottobosco pulito. Ma dove hanno nascosto le foglie secche viene da chiedersi guardando i sentieri battuti e lucidi come se ogni mattina un gigantesco aspirapolvere rimuovesse sterpi e frasche caduti nel corso della notte. Sulla sommità della collina si giunge ad un modesto altipiano e, al diradarsi degli alberi, ci si accorge di essere arrivati. Nel sole estivo, in mezzo al verde rigoglioso, il posto sembra magico. I visitatori sono tanti ma non si odono voci, i bambini non giocano ma stanno attaccati alle mani dei genitori; ci si aggira silenziosamente fra le fotografie del piccolo museo all’ingresso come per attardarsi un poco prima di entrare nel campo vero e proprio. E’ come se fuori ci fosse una bestia feroce che ti aspetta per ghermirti con la forza potente del suo odio secolare. Quando si entra nel campo, abituatisi a quel silenzio irreale, mentre ci si aggira fra le fondamenta della casematte è facile accorgersi che il passato non è passato affatto, che le pietre gridano, che il dolore si è fermato lì fra quei sassi neri che pietosamente la gente raccoglie da terra e posa sulla stele che ricorda lo sterminio che in quel luogo è stato perpetrato. Alla stazione ferroviaria, dove dai carri merci scendevano i deportati, i mulinelli creati dal vento e il rumore delle foglie secche danno la sensazione che di tanto in tanto una voce lontana sia rimasta impigliata come nascosta in mezzo alle rotaie e alle traversine ormai consumate. Solo una costruzione è rimasta in piedi. I nazisti in fuga hanno demolito tutto, come se improvvisamente sentissero il bisogno di non lasciare traccia, come se finalmente fossero in grado di riacquistare il senso della vergogna. La costruzione che resta è quella delle camere a gas, gli spazi in cui, chi non era in grado di lavorare, veniva eliminato. Vi sono dei banchi che sembrano da macellaio, con i mattoni di ceramica bianca ai muri, e gli scolatoi scavati sul pavimento di cemento. Si sente odore come di cloroformio e si ha l’impressione che il sangue sia stato lavato da poco da quei muri ingialliti dal tempo. La memoria è dolorosa e spietata, ma ricordare è necessario. Vi sono ferite che il tempo non può e non deve rimarginare. Il male che l’uomo è in grado di compiere è immenso e non c’è ragione di pensare che ciò che è già accaduto non possa ripetersi di nuovo. La memoria è l’unico vaccino che possediamo contro la barbarie che è in noi.
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