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L’ALTRA SARDEGNA di Simona Prunesti
Quando i miei nonni mi invitarono a trascorrere qualche giorno con loro in Sardegna, non ci pensai più di tanto e accettai, sapevo che sarebbe stata una vacanza sui generis, insomma un conto è fare un viaggio con gli amici e un conto è partire con i nonni! Dissi di sì perché quell’estate rimanere a Roma era impensabile e soprattutto insostenibile per me, non avevo granché da perdere. Colsi il viaggio come un’occasione per allontanarmi da tutto e da tutti, per dimenticare gli ultimi mesi che erano stati terribili, di sicuro mi sarei rilassata. Abbiamo soggiornato a Berchidda, in provincia di Sassari nella culla della Gallura, nel confortevole hotel “Sos Chelvos”. I miei nonni passano le vacanze estive qui da almeno dieci anni ed essendo clienti abituali hanno un trattamento di privilegio,vengono accolti come fossero di famiglia. Berchidda conta tremila abitanti circa ed è un paesino che presenta delle peculiarità che lo rendono unico in tutta la Sardegna. La comunità vive di una modesta attività agropastorale, è un paese di pastori insomma, cosa che è abbastanza evidente agli occhi visto che sono gli unici visibili per le strade. Il paese di giorno è deserto, sembra sia stato abbandonato poi di sera si anima nella piazzetta del “Populo”con i ragazzi che si incontrano per un gelato e per due chiacchiere; in paese non ci sono né locali né discoteche né cinema né altro del genere ma sembra non se ne senta tanto la necessità, se una sera si ha voglia di fare qualcosa di diverso con trenta km si arriva ad Olbia,città che offre possibilità di svago. I bar, che sono veramente tantissimi per la grandezza del paese, sono pieni di pastori che si trastullano intorno ai tavoli a bere, bevono a tutte le ore del giorno,sono rimasta davvero colpita dalla loro assiduità mi sono anche chiesta dove trovino il tempo per dedicarsi alla transumanza dato che sono sempre al bar. Berchidda è rinomata a livello nazionale per la produzione vinicola, il Vermentino è una miniera d’oro per l’economia. Nei bar non si beve la solita birra ma prodotti fatti in casa come le grappe aromatizzate alla frutta e poi il Mirto e il “filu feru”, grappa allo stato puro così chiamata perché quando era proibito bere si usava nascondere le cisterne di grappa nel terreno e per non dimenticare dove si erano sotterrate si introduceva un filo di ferro nella terra. I pastori hanno la consuetudine di sedersi al bar tutti insieme e poi ciascuno paga da bere per un giro agli altri i quali, a loro volta, devono ricambiare la cortesia offrendo da bere, ha inizio così un circolo vizioso che li tiene incollati alle sedie fino alla mattina seguente, quando la sbronza è stata smaltita. Mio nonno mi ha raccontato molte storie sui sardi e sul loro carattere che dice di aver imparato a conoscere con gli anni; è gente molto ospitale ma non bisogna fargli sgarbi altrimenti sono capaci di spararti addosso, dice lui da buon cacciatore. Lui di amici a Berchidda ne ha molti e in quei giorni trascorsi lì anche io ho avuto modo di conoscerli. Effettivamente è gente ben disposta nei confronti dei visitatori, io l’ho constatato di persona perché sono stata accolta da alcuni in maniera decisamente calorosa! La signora Felicina mi aveva proposto insistentemente di prolungare il soggiorno come ospite in casa sua, io non me la sentii di accettare, avevo poi inteso che la cosa avrebbe fatto molto più piacere a lei che a me! Felicina è vedova e i suoi due figli non ci sono mai così lei rimane la maggior parte del tempo a casa da sola. Mi è capitato di partecipare ad un paio di “merende”come le chiamano loro, ovvero delle gite, una sorta di picnic che si fa o in spiaggia o in campagna, eravamo un gruppo di ragazzi ed io ero insieme ai figli di Felicina, impossibile rifiutare l’invito vista la sottile insistenza, comunque mi sono divertita, è sempre piacevole trascorrere qualche ora con ragazzi della mia età! Ho conosciuto anche un’altra signora, molto anziana, se non ricordo male si chiamava Lucia. I miei nonni la conoscono bene perché un’anno sono stati suoi ospiti, lei sì che è veramente sola,eppure emanava energia e una grande serenità. Quando arrivammo alla sua porta lei era nella piccolissima cucina seduta con le sue amiche a bere thè freddo, discorrevano amabilmente di cose leggere e la nostra presenza non la distolse inizialmente. Dopo i soliti convenevoli e l’esibizione di una tavola gremita di dolcetti sardi in nostro onore, la signora Lucia iniziò a mostrarmi tutte le foto dei suoi parenti: del marito defunto, dei figli che avevano lasciato il paese, dei suoi nipotini e persino le foto di quando lei era ragazza, mi mostrò poi le foto di alcuni matrimoni che devo dire mi colpirono molto per la particolarità degli abiti. La sposa,vistosamente ingioiellata, indossava un vestito lungo con una gonna ampia e pomposa di colore chiaro, sul davanti una pettorina di pizzo e sul capo una coroncina scura da cui dipartiva un velo di modesta lunghezza. C’era una foto del banchetto nuziale dalla quale si vedeva un fossato scavato nel terreno, sarà stato profondo mezzo metro ma si estendeva per almeno dieci, all’interno, sospesi sopra la brace, giacevano decine e decine di pecore e “porcetti” infilzati con gli spiedi. Il mio interesse per la tradizione matrimoniale venne accolto dalla signora Lucia la quale mi fornì altri dettagli veramente insoliti. Il matrimonio berchiddese presenta peculiarità che lo rendono unico in tutta la Sardegna. Il coinvolgimento di una grossa parte della comunità è d’obbligo, si contano solitamente ottocento-novecento invitati e nessuno di questi riceve delle normali partecipazioni di nozze. I festeggiamenti hanno inizio una settimana prima delle nozze e si svolgono all’aperto davanti a maestosi banchetti ai quali ogni invitato partecipa portando qualcosa da mangiare. Il dono in denaro agli sposi e alle famiglie degli sposi, dovuto anche ad un forte senso di solidarietà che lega la comunità, ha determinato col tempo una sorta di prestito fra gli abitanti che hanno perciò il tacito dovere di restituirlo a coloro dai quali lo hanno ricevuto. La festa si conclude con il pranzo nuziale del fatidico giorno del matrimonio, pranzo che però prevede un ridottissimo numero di invitati. Il giorno di Ferragosto sono stata spettatrice di un evento musicale molto atteso nel paese:“Time in Jazz”, un festival di musica jazz che costituisce oggi uno degli eventi più prestigiosi a livello nazionale. Berchidda non è estranea alla cultura musicale infatti la banda cittadina è nata all’inizio del secolo e costituisce proprio l’emblema della grande passione che da sempre i berchiddesi nutrono per la musica. “Time in Jazz” ,che nasce nel 1988 ideato e diretto da Paolo Fresu, musicista berchiddese di fama internazionale, non da spazio solo ai progetti musicali ma anche ad altre forme artistiche, alla pittura, alla fotografia, alla poesia, infatti in concomitanza con il festival vengono allestite in paese numerose mostre di arte e cultura locale. Io non sono una grande appassionata di musica jazz ma non potevo mancare un evento così importante, ne avevo sentito parlare dal primo giorno che ero arrivata a Berchidda, avevo visto appendere i manifesti per le strade, allestire la piazza e tutti gli altri preparativi, l’ unica cosa veramente difficile fu trascinare mio nonno! La comunità locale ha opinioni contrastanti su questo evento; i giovani lo attendono con gioia e lo vivono serenamente partecipando in maniera attiva, il resto della comunità, soprattutto i più anziani, non ne sono entusiasti più di tanto ,l’accettano ma con un po’ di apprensione. L’avversione per la manifestazione da parte di alcuni deriva dalla percezione di un invasione del loro paese da parte di giovani vandali, un’invasione tutt’altro che pacifica. Felicina mi disse: “arrivano teppisti da tutto il –continente- e portano solo sporcizia e droga nel nostro paese”. Questo senso di intrusione è in parte più che comprensibile. Io ho visto con i miei occhi lo sconvolgimento della quiete del piccolo centro cittadino, per tre giorni gli abitanti sono stati espropriati di gran parte del loro paese, delle strade,della piazza principale la quale era stata chiusa al transito già da prima del festival per l’allestimento del palco e poi ha continuato ad esserlo anche dopo per qualche giorno per via dell’immondizia da togliere.Quel che è stato più sorprendente è che al concerto i berchiddesi presenti erano in numero ridottissimo. Credo siano più di uno i fastidi che il “Time in jazz” reca a Berchidda, in primo luogo emerge il problema della capacità di accoglienza del paese, vi sono solo due alberghi di modesta grandezza e un campeggio proprio alle porte del paese che si ingrandisce sempre più per l’occasione, non ci sono quindi delle adeguate strutture di accoglienza per ricevere il gran numero di visitatori che sempre più ogni anno l’evento richiama. La mancanza di organizzazione e di spazi per una rassegna di tale portata comporta dei disagi considerevoli e per la comunità locale e per i visitatori e di conseguenza si pone come un ostacolo allo sviluppo turistico. Berchidda non vive certo di turismo, per questo “Time in jazz” costituisce un’ opportunità di crescita e sviluppo del flusso dei visitatori,soprattutto se il paese decide di attrezzarsi per riceverli. Berchidda è stato il nostro punto di riferimento ma non è stata la sola località che abbiamo visitato. La Sardegna offre itinerari che si svolgono in ambienti e paesaggi diversissimi, le montagne si incontrano di continuo con il mare, le spiagge sono bianchissime e il mare regala un tripudio di tonalità cristalline che si interscambiano. Sono stata ad Alghero, con le sue spiagge gremite di turisti gli uni sopra gli altri, a Santa Teresa di Gallura dove se si è fortunati si può intravedere la punta della Corsica, e io lo sono stata; a Bosa, incantevole per la sua città vecchia; a Su Gologone, con le sue splendide calette;ad Oschiri, a vedere le domus deiane,piccole casine scavate nella nuda pietra; non potevo non andare alla Maddalena; a Caprera; a Spargi, isola di Cala Corsara dove le rocce modellate dal mare e dal vento come il cane bulldog, la testa della strega, lo stivale d’Italia, offrono uno spettacolo davvero singolare senza poi considerare la bellezza delle sue spiagge, dei suoi sassi, il paesaggio più bello e più commovente che abbia mai visto, talmente bello da spezzare il fiato, inevitabilmente si sente il bisogno di condividerlo con qualcuno perché l’emozione è incontenibile. Ma questa è la Sardegna che un po’ tutti conoscono, quella delle spiagge alla moda, delle notti in cui non si va a dormire, quella affollata dai turisti, per questo ho preferito raccontarvi l’altra Sardegna.
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