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Corso di Sociologia del Turismo dell'Università "La Sapienza" di Roma - Sociologia del Turismo, viaggi, turismo, sociologia, turismatic"

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Racconti di viaggio di Alessia a Nairobi

Ghetto safari

Dopo un'estenuante battaglia verbale sul corrispettivo economico, il ghetto e' finalmente pronto ad affrontare il suo primo safari in compagnia delle sue coinquiline e di david (il driver). Il tutto benedetto del “cugino” keniota Moses.

La sveglia è alle 5, ma chiaramente non suona e ci ritroviamo alle 5.40 con Moses e David già davanti ai bid ad aspettarci, il ghetto ancora svestito senza acqua né panini pronti.

Quando si sale sul pulmino sono le 6.20, il rossore candido dell’alba si profila all’orizzonte, sfiora alberi e grattacieli ancora sonnolenti. si scorgono le prime persone avviarsi verso il caos del centro.

Ma noi stavolta siamo dirette in direzione opposta, finalmente libere dal ticchettio metallico degli scellini che chiaman la fermata per il matatu, libere dallo smog che ti attanaglia dalla prima svolta fino all’international house, libere di vedere finalmente l'Africa dopo due estenuanti settimane di Solo Nairobi.

La strada è tappezzata di baracche in lamiere ed edifici bassi in mattoni tutti identici, tranne quelli dei negozi. In periferia di Nairobi (che sfioriamo lungo il tragitto) non esistono vere e proprie insegne, sulle pareti dei negozi spiccano disegni del bene-servizio offerto. quindi capigliature fluenti, sacchi di grano, cup of coffee fumanti. anche l’onnipresente coca cola e la nestlè si sono adattate e dipingono questi negozietti con simboli e colori distintivi.

Ci lasciamo alle spalle una Nairobi semi-addormentata per intrufolarci in un atipico paesaggio di montagna, ricco di verde, di ragazzi che vanno a prender il latte la mattina presto in contenitori di latta, di coraggiosi ciclisti che non si lasciano intimorire dalla potenza fragorosa ed ingombrante dei camion di passaggio.

Si scorgono i primi bambini, alcuni in divisa diretti verso l’ultimo giorno di scuola della settimana, altri sparsi tra caseggiati e lenzuola stese ad asciugare. Accanto al ghetto se ne sta seduto il sonno, ma il ghetto non cede. vuole resistere e guardare da vicino.

Non è solo il safari che aspetta. È anche la vita fuori Nairobi, le campagne, questa specie di autostrada dove la polizia crea posti di blocco stendendo per terra lamiere di metallo spesso e puntellato per creare blocchi stradali. controllano le merci sui camion (forse è giunta voce anche a loro del traffico impressionante di stupefacenti che circola in kenya, a quanto pare il luogo preferito di transito tra l’asia, l’africa e l’europa).

 E mentre gli occhi stan per cedere, la Great Rift Valley appare sulla destra. David afferma che parte dalla Russia per arrivare sino in Africa, il ghetto gli crede poco, ma lo spettacolo rimane impressionante.

Vastità di terra arida circonda un enorme cratere, che si nasconde al cielo aggrovigliandosi in spasmodiche pieghe. Ci si ferma da bravi turisti in un Point of view dove speranzosi ci attendono dei commercianti, forse amici di David. Siamo accolti su strutture traballanti in legno fradicio, sotto il vuoto. pensiamo tacitamente al crollo del palazzo di qualche giorno fa, ci stringiamo nelle spalle per il vento freddo e tagliente, per rifugiarci frettolosamente in auto, lasciando delusi i nostri venditori di pellame di pecore ed altre amenità di artigianato locale.

Ci sentiamo in colpa, ma è un continuo ripetersi questa difficoltà di conciliare il nostro essere Bianchi (inutile fingere che non esista questo fattore) e quindi potenziali Turisti/Benefattori con il nostro essere in realtà meri Stagisti (categoria con un impressionante ritmo riproduttivo, ma ancora priva di tutela) che lavora come gli altri e non intasca un centesimo uno alla fine dei 3 mesi.

Preferiamo non affliggere gli amici commercianti con i nostri problemi, che loro ne hanno di ben altri e più gravi e proseguiamo il nostro viaggio.

Direzione, quasi dimenticavo, Nakuru Lake National Park.

David è disponibilissimo, di tanto in tanto ci risveglia dal torpore fisico-mentale che nonostante gli sforzi ci risucchia e ci fa notare un particolare lungo la strada, che scorre fluida, con nostro grande stupore, ma negli ultimi 35 km ci riserva qualche sorpresa.

Ovvero: non hanno finito di costruirla!

Davanti abbiamo buche e dossi continui, ma sono solo l'intro al "kilometro della polvere “, ovvero un tratto in cui l’asfalto manca del tutto. ci sono solo rocce e polvere sotto le ruote. Che sembra facile a dirsi, ma è come entrare in val padania, solo che al posto del grigiore nebbioso c’è un giallino polvere tutto intorno che si riesce appena ad intravedere l’auto ad un palmo di naso più avanti. La polvere sabbiosa si infila dappertutto, il giallo diventa l’unico colore visibile e senti lo spirito di una sottospecie di avventura, ma in realtà stai solo sperando che il jump jump sotto il tuo sedere termini il prima possibile.

Miracolosamente la padania termina, si intravede la luce del sole e la poesia sgorga dalle labbra di david che rassicurante mi dice :

THIS IS THE END OF THE DUST

Che se io sapessi strimpellare la chitarra poco poco ci avrei già scritto una canzone solo su questa frase. Ahimè, niente chitarre,non mi rimane che regalarla ai miei appassionati amici-lettori, augurando loro di vedere un giorno la fine della polvere.

Nakuru è prossima, sosta breve in autogrill ed è già un’altra Africa, meno rumorosa, meno occidentale, senza grattacieli. So che questa frase sembra assurda, perché licia colò e alberto angela non te li hanno fatti vedere mai i grattacieli di Nairobi, ma se è tutto quello che hai visto in due settimane di kenya inizi ad avere un punto di vista differente.

Quindi, dicevo, niente grattacieli qui, solo un enorme mercato, mattoni e mattoni di case tra le quali i bambini gironzolano, striscioni di frati missionari (qui più idolatrati dei calciatori in patria nostrana).

Caotica anche Nakuru, ma meno inquadrata, meno trafficata, meno Nairobi.

L’ingresso al parco è una lotta che ci vede sconfitti, niente sconto per residenti, anche se lavoriamo in ambasciata. Un’amica propone un atto di corruzione, david dice di no: il governo non è corrotto in kenya. Tutti gli altri si. . . ma il governo no!

cavolo stanno più avanti dell'Italia!

 

Dibattiti politici a parte. . .

Eccolo il nakuru park, neppure siamo entrati che già ci accolgono i babbuini, che si rincorrono trasportando i cuccioli sulle spalle e mostrandoci disinibiti il rosa dei culetti. Si odono i primi urletti del tipo “guarda là,no guarda lì, che bello!” che a pensarci ti fanno cagare ma se strofini via un po’ di razionalità ti accorgi che sono un’espressione, ridicola forse, ma sincera, di tutta l’emozione che ti coglie quando incontri finalmente la natura, il nuovo, il diverso che credevi spettassero in esclusiva ai fotografi del national geographic.

Perciò, mentre il ghetto e' ancora lì a trattare con la matrona all’ingresso, che di sconti residenti proprio non vuol saperne, due scimmiette si intrufolano nel pulmino ingenuamente lasciato coi finestrini abbassati. E lì il ghetto ride ride ride. Non gli importa se gli rubano qualcosa. Libere di farlo.questo non è lo zoo né il circo.neppure natura incontaminata, questo sia ben chiaro (c'e' filo spinato tutt'intorno al parco), ma ciò che più ci si avvicina si. E ora il ghetto puo' guardarlo coi suoi occhi.

Dalle fronde di alberi magri e giallini, si intravedono gli ingobbiti uccelli del malaugurio, che si moltiplicano davanti agli occhi, con ali nere e il becco piegato verso il baso in una smorfia cinica, ma non crudele.

da esattore delle tasse disegnato dalla mano di tim burton.

Li osserviamo, li fotografiamo, sono solo i primi.

Si intravedono già pennellate di bianco e di rosa che si rivelano essere gabbiani e fenicotteri depositati sulle falde del lago. Sostano pigramente, riflettendosi vanesi nelle acque del nakuru lake, inconsapevoli forse di essere spettacolo unico al mondo.

David spegne il motore. Abbandonati in un silenzio irreale, regoliamo i battiti del cuore a questo nuovo, inconsueto ritmo. Sovrapponiamo i primi passi su una melma biancastra, granulosa, flaccida ma capace di sorreggerci.

È un cimitero. Si depositano qui, stratificandosi, le salme degli uccelli. Qualche piuma, un paio di becchi e una carcassa ci rivelano questa macabra realtà. Respirando fetore di morte e di escrementi, ci si avvicina alle sponde del lago per distinguere nell’informe rosa le zampe, le ali,  i volti dei fenicotteri.

Il safari prosegue, nei 62 millimetri di obiettivo si materializzano le gazzelle nella loro quieta eleganza, una coppia di rinoceronti bianchi che si allontanano sculettando i pachidermici sederi, la sfuggente aquila africana.

Racconti di viaggio Alessia

 

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